mercoledì 29 febbraio 2012

"To hear the softly spoken magic spells"

Ticking away the moments that make up a dull day,
you fritter and waste the hours in an off hand way.
Kicking around on a piece of ground in your home town,
waiting for someone or something to show you the way.

Tired of lying in the sunshine, staying home to watch the rain,
you are young and life is long and there is time to kill today.
And then one day you find ten years have got behind you,
no one told you when to run,
you missed the starting gun.

And you run and you run to catch up with the sun, but it's sinking,
and racing around to come up behind you again.
The sun is the same in the relative way,
but you're older, shorter of breath and one day closer to death.

Every year is getting shorter, never seem to find the time,
plans that either come to naught or half a page of scribbled lines.
Hanging on in quiet desperation as the english way,
the time is gone,
the song is over
thought I'd something more to say.

Home, home again,
I like to be here when I can.
When I come home cold and tired,
it's good to warm my bones beside the fire.

Far away, across the fields, the tolling of the iron bell,
calls the faithfuls to their knees,
to hear the softly spoken magic spells..

Ci sono casi in cui certe canzoni restano lì, non si sa se per tua ignoranza o perchè a loro frega poco di venire a contatto con te e parlarti, dirti qualcosa. Magari poi timidamente, da un Media Player impostato con la riproduzione casuale, sbucano fuori nonostante le casse del pc di casa che funzionano a metà.
"Ma 'on mi para novu su pezzu" ti viene da pensare. Da qualche parte sicuramente l'avrai sentito, dato che comunque sia per gruppi come i Pink Floyd roba del genere, anzi, pazzia del genere è pane quotidiano.
Però pian piano ti prende, un pò timida e un pò prorompente. Poi la ascolti per bene, ti leggi il testo, e capisci come sia davvero una pazzia. L'ennesima pazzia di Waters e soci.
Ogni pazzia ha qualcosa che non possiede un senso logico. E non ha logica il fatto che quel mucchio di parole sono praticamente la sintesi di quei settantordicimila pensieri che ti invadono la testa senza la minima intenzione di andarsene via.
Certo è che comunque è difficile capire se sei tu a rincorrere il tempo o è lui a rincorrere te. Non che cambi molto, tanto alla fine che il pugno ti arrivi sul naso o sui coglioni poco ti cambia, magari il dolore è diverso ma di certo indifferente non ci resti. In qualche modo a un certo punto sei costretto a lasciarlo andare, ma sempre con la promessa di riacciuffarlo in corsa un giorno, più o meno lontano. Effetto fisarmonica, qualche macchinista della Cargo capirà.
Ma in fondo questa canzone è come un grande Swiffer, ti mette tutto in ordine nel giro di 7 minuti. E in mezzo a quella pulizia, in mezzo a quello strano ordine, cominci a non orientarti più, a non sapere più cosa dire, a non sapere più cosa scrivere.
"Thought I'd something more to say"..

Poi ci si lamenta che la gente impazzisce..

mercoledì 22 febbraio 2012

Missing

Chi l'ha mai detto che perdersi non è cosa buona e giusta?
Magari chi possiede una specifica scheda treno che stabilisce a bacchetta gli orari della propria vita, dove la prossima coincidenza, che sia essa quella col regionale per Luìno o l'inizio delle ore con le file chilometriche fisse alla Coop, non è ammesso perderla.
Oggi ad esempio, dopo aver sbrigato una veloce commissione in Via Turati (si, ero proprio alla sede del Milan se tu, tifoso milanista, te lo stessi chiedendo) ed accortomi del biglietto che improvvisamente veniva letto come scaduto dai tornelli della Metropolitana (ma 'on balìa 90 minuti cuggì?), mi passò la bella idea di arrivare in Garibaldi a piedi, senza riferimento alcuno.
E così fu che, del tutto a zonzo, comincio a girare cercando di scovare la punta del grattacielo delle Varesine, quel mastodonte che fa sentire la stazione Garibaldi così piccola.
Via Marina, letteralmente invasa da muscolosissime Mercedes nere. Tutte nere, tutte con quell'aria cattiva e seriosa che solo il miglior Bernardo Provenzano potrebbe permettersi. E poi scrutare, da buon paisanu, tra i finestrini di quei bolidi che chissà quanto carburante succhieranno via dalla Bianchina di Fantozzi.
Cercando di capire minimamente dove si trovasse quella dannata Via Marina, ecco spuntare un parco. Parco Sempione? Oddio, torna a Cadorna 'rrivai?
Invece no, Giardini di Porta Venezia. Già solo quel "Porta Venezia" dona un pò di tranquillità sul capire dove si è e dove non si è.
Però quel parco, ecco, è l'ennesimo spaccato profondo di quella città. Forse è un pò un controsenso in sè, un parco così vasto e quel rumore di automobili, quel rumore di città che preme così tanto nelle orecchie. Come un'enorme cuffia, come quell'enorme cappa che cinge la città tra i limiti della sua tariffa urbana.
I bambini che giocano, i cani che si rincorrono, qualche soggetto in perfetta tenuta corsaiola a mangiarsi la polvere di quelle stradine sterrate. Poi qualche ruscello artificiale a fare da cornice a ragazze prese in braccio dai propri compagni, a parlare di chissà quali progetti in un range spaziante dal matrimonio a quale discoteca scegliere il sabato sera per la scopatina di turno.
Un angolo di umanità, finalmente verrebbe da dire. Tanto che viene voglia di sedersi, mollare la borsa su una panchina o sulla ghiaia e boh, mettersi nelle orecchie Waiting Phase Two a palla, magari con un quaderno e una penna tra le mani a scrivere qualche solita cazzata, a scattare fotografie senza la reflex.
Poi ci pensi, e sei anche tu tra quei fessi che hanno la Scheda Treno in testa. Alle 18.52 parte il Luino, meglio non perderlo.
Almeno per questa volta..



venerdì 17 febbraio 2012

Antologia di Corso Sempione

Alle 7.30 sveglia.
Sciacquata, cambio vestiti, eventualmente li vai a riporre anche tra la roba da lavare.
7.58 esci di casa. Un saluto alla zia, una carezza ai cani.
8.01 il Capostazione (che non si chiama più così da queste parti, ma pazienza) apre il segnale al 25011.
8.03 arriva, mentre tu sei già più avanti "dove solitamente salgono in pochi, almeno viaggio tranquillo".
Dormi, mentre quel treno si riempie sempre più. Gallarate, Busto Arsizio, Legnano, Canegrate, Parabiago, Vanzago, Rho, Rho Fiera.
Un'escalation di alberi vestiti di brina e marciapiedi affollati di gente fumante quasi quanto l'ILVA in un giorno di pioggia.
I discorsi sulla festa questa sera dalla Susy, lo stucchevole modo di parlare del legnanese che non ce la fa proprio a non terminare ogni mezza frase dicendo "Amore" a sua moglie, quell'Area C che proprio non gli va giù alla signora in pelliccia e profumo firmato e controfirmato, come i contratti d'appalto che l'uomo in giacca e cravatta qui al mio fianco si vedrà passare sott'occhio ogni giorno ai piani alti di Piazzale Cordusio, là dove da una porta ti puoi veder sbucare prima il meridionale della situazione a chiedere il mutuo per la casa a Garbagnate e poi Galliani a offrire l'ennesimo inciucio in cambio di una semplice sponsorizzazione.

Poi comincia Milano. Anzi, Milano è già cominciata quando ci siamo fermati a Gallarate.
Milano è un modo di essere, potremmo riassumerla così. E' schematica, come le sue linee suburbane, fredda come i numeri di cui, ovviamente, è strapiena. Milano devi viverla schematica, sennò ti senti ancora più fuoriluogo di quanto ci si possa sentire di base. Perchè Milano non è umana, no, Milano è Milanese, il che è tutto un concetto un pò particolare che ancora oggi sto cercando di afferrare, forse invano.
Poi arrivi lì, in Garibaldi. Fiumi, frotte di persone che calpestano come formiche quei pavimenti, silenziose, inermi, sottomesse. A cosa, nessuno lo sa.
Scendi, ma cammini lentamente. Vuoi capire cosa stia succedendo.
Perchè scappate? Chi vi sta minacciando di morte? Chi vi fa paura?
E quel grattacielo lì davanti, che quasi sembra abbracciarti e poi fagocitarti.
"E io ieri mattina ero a Catanzaro" pensi, con quel nodo alla gola classico dello stupido meridionale che quando pensa alla propria casa comincia a voler dimenarsi e maledire mezzo mondo.


Si perchè pensi a quella volta in cui, salito sul 3740 a Catanzaro Lido, hai visto i 4 pendolari di fianco a te, quasi un pò come gli Zingari Felici, usare le loro 24 ore come tavolino, estrarre le carte e farsi una partitina a tressette, con gli altri viaggiatori che -ormai forse abituati a ciò- cominciano persino a fare il tifo. Poi prendi un Milano - Luino, ti ritrovi stipato nel vestibolo di una carrozza con altre 30 persone e non senti volare una mosca, tutti con gli occhi fissi sui loro tablet. Chi non ne è munito, a guardare davanti a sè come perso in chissà quale sistematico mondo.
Non saluti nessuno perchè non ne senti neanche l'esigenza di farlo. E' questa Milano: ritagliarti il tuo spazio, prenderti il tuo pezzo di vita e gestirtelo da tè. Con metodo, in modo schematico, appunto. Guai a sgarrare.

lunedì 13 febbraio 2012

356

La lentezza con cui arriva l'autunno è proverbiale. Si fa accorgere del suo arrivo solo guardando un pò quanti altri abiti hai messo sotto la solita felpa dei Green Day. I jeans li mettevi anche con i 45° in spiaggia, figurati un pò in una sera d'autunno, con un vento non propriamente gelido ma quasi, in quella città che così bene ormai hai imparato a conoscere.
E stai lì, in attesa del treno. L'ennesimo, il solito, e sempre sullo stesso tragitto. Una decina di chilometri a salire, altrettanti a scendere. Così, per passare un pomeriggio.
Un tragitto sempre uguale, appunto. Ormai ricordi anche dove e quante sono le giunzioni, quanti "tu-tu tu-tun" fa quel treno, anzi, quel trenino. Ormai sembra che la tua vita scorra sempre da lì, tanto che c'è chi inizia a credere che tu lì persino ci lavori (magar'a maronn).
Era fondamentalmente un giorno come un altro, assieme a quell'altro dipendente-non-dipendente di Francesco.
E fondamentalmente, come un giorno come un altro, si salì su quel treno, tra convenevoli pacche sulle spalle e solite affermazioni su novità di ferrovie di chissà quale altro mondo.

Dopo un pò il macchinaio sputò fuori una domanda la cui risposta volò fuori in un modo strabiliante, tutto il contrario di quell'autunno.
"Tu l'hai mai guidata 'na cosa di queste?"
"No, mai"
"Vabò, passiamo la stazione e vediamo che mi sai fare"
Mancava un minuto all'arrivo in quella determinata stazione, ma sembrò un viaggio coast-to-coast sull'ICN1910. E va bene che qualche altra volta, di straforo, avevi potuto provare a tenere tra le mani un locomotore, E636 o D214 che sia, guardando con la coda dell'occhio lo sguardo divertito del macchinista che molto probabilmente pensava "Io lo odio così tanto sto lavoro e questo pare che sta in paradiso, che gente strana 'sti appassionati". Ma quella volta tra le mani stavi per aver non un treno qualunque, stavi per avere QUEL treno, quello di cui ne parlavi con fierezza con chiunque, quello che era diventato, nonostante il suo essere un "mezzo camioncino", quasi un simbolo. Per te, per la tua ferrovia, per quelle ferrovie.

Poi, del tutto all'improvviso, "Tieni, siediti. Ti dico io cosa fare"
Un chilometro scarso senza neanche concepire cosa si stesse facendo, giusto una carezza a quel cavallo di ferro di cui, solo poco dopo, ti sei reso conto di averne tenuto le redini, anche se per pochi attimi.
Il che è una di quelle cose, un pò come gli Esami di Stato, che ti rendi conto di quanto importanti possono essere solo minuti e minuti dopo che hanno avuto termine. Indescrivibile, per quanto fuggiasco sia stato.

Sta di fatto che da quel giorno di tempo ne è passato. E siamo arrivati a sabato scorso, 11 Febbraio 2012, in una bagnatissima Lamezia Terme Centrale, in attesa del treno per tornare su a Milano. Una vita da autentico terrone, questa caratterizzata dal continuo via-vai dalla natìa terra, minimo comun denominatore degli ultimi 6 mesi. Un via-vai che, però, non prescinde dal solito giretto su e giù su quella linea ogni volta che si è in terra calabra. Questa volta saltò, e non certo per ragioni poco valide. Tuttavia ci volle poco per veder indicata sui tabelloni la soppressione dell'Intercity 724 che mi avrebbe condotto a Roma. Oltre ai comuni smadonnamenti per 50 euro buttati all'aria, me ne tornai mestamente a Catanzaro Lido, dove per "ingannare il tempo" andai di nuovo lì, in quella stazione. E quindi, dopo essermi messo a scartabellare tra i turni dei capitreno e a dare un'occhiata ai fogli di corsa per il giorno dopo, quasi istintivamente andai a prendere di nuovo quel trenino (che tanto trenino adesso non è più), ed anche stavolta "per passare il tempo".

Tornando a casa la sera, su quel Regionale 3736 che mi ha visto praticamente crescere negli ultimi 4 anni, pensai "Ma forse è perchè non mi feci il giretto che non sono potuto partire?". Sembrava destino, sembrava che non dovessi lasciare qualcosa in sospeso (mi accorsi solo dopo di non aver neanche abbracciato Silvia, condizione che mi resi necessaria per tornare a Milano dopo tutto quello che era successo).
Arrivai a casa, posai le valigie e, nell'aspettare che fosse pronto in tavola, mi misi a guardare un pò nello scatolino con vari piccoli oggetti ferroviari raccolti qua e là.
Tra loro c'era una chiave di banco, trovata per terra vicino una stazione. La presi in mano, ricordando quella giornata lì. Poi guardai bene, e su di un fianco intravidi un'incisione. Guardai meglio, ed era un numero, il numero dell'automotrice a cui apparteneva quella chiave.

356.

Era lei. Se non è questo il Destino..