martedì 7 febbraio 2017

Mi pariva ca muriva e ssu jornu u 'nnu vidiva

Nella mia città c'è un piccolo stadio incastrato tra una collina ed un ospedale di cinque o sei piani, uno di quegli ospedali dove gli spigoli dei gradini delle scale sono ormai consumati e arrotondati, dove nell'ascensore c'è quell'odore plasticoso del cibo di mensa, a tutte le ore del giorno, dove i colori sono unti e sdruciti, i pannelli di plexiglass scheggiati, dove la macchinetta del caffè ti tira fuori più un bicchiere di acqua lorda che altro, dove tutti dicono che si va a morire, e poi ci salvano la gente. 'E 'ncuna manera.
La mia città ha diversi primati, quello di avere un ospedale come tribuna del proprio stadio forse è uno di questi. Come la vuoi chiamare? Tribuna Est secondaria? Curva Prontosoccorso? Mettiamo le finestre dell'ospedale (almeno dal terzo piano in su, ca sinnò 'un si vida nenta) nel conteggio degli spettatori a partita, e vedi che qualche numero più alto lo raggiungiamo.


Ma in fondo, cosa se ne fa una squadra come quella della mia città dei grandi numeri, delle grandi presenze? Una squadra che ha sempre navigato nelle tranquille ma torbide acque dei campionati regionali e interregionali, nessun grande nome, il calcio che conta si giocava sessantasei chilometri a sud. Una squadra che pian piano aveva risalito la china ritagliandosi uno spazietto, un ruolo nel professionismo, a cavallo tra la Serie C e la Serie B conquistata col nuovo millennio.
Ecco, la Serie B. Per la squadra della mia città è divenuta la categoria giusta in cui stare, con il suo buon posticino di metà classifica ed il solito mantra pre-campionato: "Puntare alla salvezza", magari togliersi qualche soddisfazione e, soprattutto, lanciare qualche astro nascente. Florenzi? Bernardeschi? Mirante? Konko? Ne dico altri? Lassa fricare..
Era il nostro ruolo e ci andava benissimo. Eravamo, siamo, in fondo a tutte le classifiche di questo mondo, però almeno nel pallone siamo una bella realtà, apprezzata e che percorre la sua onesta strada.

"Ma tu te lo immagini se andiamo in Serie A?"
"Seh...mo daveru..."
"Ma te lo immagini cosa succede?"
"Me lo immagino si."

Ci immaginavamo, parlandone con lei, che forse quel sogno, quel miraggio, poteva essere il punto di svolta per la nostra città. Ci immaginavamo, il giorno della promozione, come il giorno X, il giorno in cui sarebbe finalmente uscito fuori dall'animo dei nostri paesani l'orgoglio, il senso di appartenenza, la voglia di riscatto, portare anche la città ad una promozione per i più insperata, irrealizzabile.
Ma appunto, immaginavamo, ne parlavamo con gli occhi al cielo, lucidi e rassegnati, con l'amaro in bocca e quel peso interiore dato dall'impotenza. E sapevamo, appunto, che erano due cose difficili, anzi impossibili. Un asino che vola e ti risolve in contemporanea un'equazione di secondo grado sarebbe stato più credibile, credetemi.

Capitò che durante l'estate del 2015 Massimo Drago, l'allenatore, paesano nostro, andò via. Ci aveva salvato tirandoci per i capelli dall'ennesima retrocessione in C1 e ci aveva portato per la prima volta a sentire forte, chiaro, saporito l'odore della Serie A. Playoff. Playoff promozione per la Serie A, ragazzi miei, che fa i brividi solo a sentirlo. Non ci sembrava vero. Ed era vero, come erano veri i tre gol che il Bari ci rifilò, com'erano vere le tre birre -una per ogni gol- che Roberto, mio amico e collega tifoso sfegatato del Bari, mi portò la sera al cambio turno per consolarmi.


Un giorno di quell'estate arriva la notizia che Ivan Juric, croato di Spalato, è tornato, ed è tornato a rimpiazzare Drago. Ivan quel campo incastrato tra Via Cutro e l'ospedale (che nel frattempo veniva ritinteggiato all'esterno) lo conosce bene, lo ha calcato per diversi anni entrando nella memoria dei tifosi della squadra della mia città come uno dei migliori centrocampisti mai scesi in campo all'ombra dell'ospedale. Faccia e modi da burbero, sigarette e rollate a manetta, una stagione mediocre col Mantova alle spalle.
Ma siamo sicuri che ci salviamo con lui? Vabbè, se lo dice Ursino...
Ah, Ursino. Ursino è uno che di calcio ne capisce, 'uttana se ne capisce. Direttore sportivo della mia squadra fin dalle origini, uno che, nella scalata di categoria che la squadra ha realizzato, ne è decisamente l'appiglio, il corrimano, il martellino che si conficca nella roccia.
Arriva anche qualche altro giocatore, soliti arrivi in prestito dalle squadre più titolate: arriva, anzi viene confermato, Federico Ricci dalla Roma, Eloge Yao dall'Inter, Ante Budimir dal St.Pauli.
Budimir? St.Pauli? Ma che è sto St.Pauli? Vabbè, se lo dice Ursino...



Morale della favola: l'inizio di quella stagione fu costellato più di "E chistu cu cazz'è?" che di "Bonu, st'annu 'ndi salvamu", in linea col pessimismo cosmico preinstallato nel sistema operativo del crotonese medio. 
Sembrava un'annata come le altre, sempre con lo stesso sole, con le solite transenne alla rotonda della nave, con la stessa erba a volte poco regolare. Cambiava il colore dell'ospedale, che iniziava ad essere azzurrino.
Però la squadra giocava bene, gli ammalati affacciati al terzo, quarto e quinto piano si divertivano a vedere quel gioco spregiudicato e offensivo lì tra le quattro tribune dell'Ezio Scida. A un certo punto, come avvenne per il portiere Cordaz (non si capiva se era italiano o austriaco, ma era 'na bestia), uno degli effetti del fallimento del Parma un paio d'anni prima, fu che arrivò lì in via Cutro un tale Palladino. Uno che, qualche anno prima, era stato etichettato come il Cristiano Ronaldo italiano. Uno che con la palla ci fa quasi ciò che vuole, uno da Serie A insomma, per dirla in altri termini.

"Ma Rafelu 'ni vo far jiri in Serie A?"
"Vabbè, se lo dice Ursino..."
"No, tanto non ci andremo. Al massimo jocamu i playoff"

Avvenne che quella squadra iniziò a giocare bene, cazzarola se iniziò a giocare bene. Ragà, qui altro che playo...STATT CITT'! Ca si facimu i playoff è assai.
La squadra della mia città non ha mai giocato in palcoscenici particolarmente prestigiosi, forse il massimo del prestigio è stato il Delle Alpi di Torino (contro il Torino però), Marassi o il Dall'Ara. Na roba tipo, che ne so, San Siro o l'Olimpico mai.
E avvenne pure che capitammo, quasi per caso, a giocare a San Siro, contro il Milan, Coppa Italia.
Cinque anni prima giocavamo con il Lanciano, con il Martina, giocavamo con 200-300 persone allo stadio, giocavamo con una spada di Damocle che non capivamo cosa fosse, ma c'era.
Ora il nome della mia città compariva sui tabelloni di San Siro, il nome della mia città compariva grande ai piedi della curva. Era già bello, incredibile, così. Il punteggio? Tantu pigghiamu 'na cazz i scoppula...
E invece no. A scoppula 'a stava pigghiannu u Milan. Non vedevo la mia squadra dal vivo da un paio d'anni, e non mi sembrava lei, non mi sembrava la mia piccola squadra di provincia a mettere in difficoltà il Milan, a coglierlo di sorpresa, impreparato.
E non mi sembrò vero, non ci credetti per non so quanto tempo, quando vidi quel croato longilineo, si, quello che era arrivato dal St.Pauli (chi?), calciare e mettere la palla alle spalle di Abbiati.
Urlo. Addio voce.



"Oi mà"
"Che peccato perdere così..."
"Perso? C'am pers? Ch'amu fattu u culu paru paru. Simu morti ari supplementari, col Milan. L'ha capitu? Cu u Milan!"
"Essì, na bella partita"
"St'annu ni 'ndi jamu in Serie A. Non l'ho detto, ma ni 'ndi jamu"
"Mo non esagerare"
"Io non l'ho detto. Ma ci jamu"

Poteva mai essere vero? Magari sto sognando. Ma non svegliatemi da questo sogno. Non svegliateci da questo sogno...


E non ci svegliammo più. La squadra non mollava, non mollava un colpo, sempre lì sopra a giocarsela col Cagliari. "Non succede, ma se succede", scriveva sempre Laura.
E sembrava che il miracolo stesse avvenendo, sembrava che tutto quello che ci eravamo detti con lei, un giorno di tanti anni fa seduti ad una panchina della villa comunale (credo) si stesse avverando. Giravi per la città e le facce cominciavano ad essere diverse, cominciavi a vedere più di qualche sorriso sulla bocca della gente, non si parlava d'altro e tutto si colorava di rossoblu. Anche il piccolo stadio sotto all'ospedale venne rimaneggiato e rimesso a nuovo, finalmente il cielo si colorava di speranza. Era sempre più blu, il cielo è sempre più blu, tantatantatatatantatatatatantatatantatatatantatantatan...



Avvenne che iniziammo Aprile e la città non era più la stessa. In tutte le strade, in tutti i vicoli, tutto rossoblu, striscioni e bandiere. Crotone non era ultima, per una volta Crotone, quella che finora ho chiamato la mia città, era un nome che potevi urlare con orgoglio. La scintilla era scattata, il pedale della frizione abbassato per cambiare finalmente marcia. La città era bellissima come non mai, e il 22 Aprile, alle ore 22 e 22, tre fischi dati all'interno dello stadio Braglia di Modena la fecero esplodere. Io, a Piacenza, stavo per terminare servizio e transitavo per il binario 11. Esplosi, abbracciai Jacopo, il mio collega, e cercai di rendermi conto.
Crotone in Serie A. No, non a PES, non a Fifa, davvero. Crotone in Serie A davvero.



E poi? E poi quel quadro candido che si era creato ha pian piano cominciato a presentare le prime ombre, i primi buchi. Quel 22 aprile ci siamo svegliati dal sogno, e per direttissima ci siamo scontrati con la realtà, ci siamo scontrati con noi stessi, con la memoria corta, accorciata da quel pessimismo cosmico di cui sopra. Iniziammo a lamentarci di non essere arrivati primi (vincere il campionato di B, a differenza di Reggina e Catanzaro, come se cambiasse qualcosa), ci ritrovammo senza uno stadio, o meglio con uno stadio rappezzato ed aperto a stagione già ampiamente iniziata. Situazioni paradossali che hanno fatto tornare in voga la frase "Sul' a Cutrone sti cosi".
Ci siamo ritrovati in Serie A con un ambiente pesante come quello di una zona retrocessione in Serie B, dimenticandoci di dove siamo, di dov'eravamo, da dove eravamo partiti, e cosa ci dicevamo lo scorso anno. E' andata male, non è ancora finita ma bene non è andata, una campagna acquisti con molte ombre e poche, pochissime luci, Juric, Budimir e Palladino che oggi sono tra le due sponde calcistiche di Genova, una squadra che non riesce proprio a ingranare, incapace di lottare se non a sprazzi, a partite, a come gli gira gli gira. Non è il Crotone di Juric, non è lo stesso Crotone, ma neanche un po'.
Colpe? Non lo so, non sono così esperto da giudicare. Si poteva fare di più? Non lo so. Poteva andare meglio? Si, forse si, ma alla fine va bene così. Abbiamo avuto per anni un posto e quel posto sta sempre lì, male che va ci torniamo e potremmo raccontare di aver visto una Juventus tra le più forti di sempre giocare laddove, solo pochi anni prima, cercavamo di tenere a debita distanza la Serie C.



Ecco, ora forse avete capito perchè tifo Crotone, perchè per i colori rossoblu l'amore è viscerale, intrinseco, indivisibile ed immutabile nel tempo. Forse, capito questo, capirete anche come vedo il calcio, sicuramente in maniera stupida, ingenua, perchè anche io lo so, lo immagino, che alla fine è tutto business, è una enorme macchina da soldi che oggi non da più spazio alle favole, quelle vere e genuine. Non è più un gioco, un semplice gioco.
Io vedevo, vedo, un semplice gioco non come causa, ma piuttosto come volano per la rinascita di un territorio. Perchè il calcio può portare gioia, la gioia ottimismo, l'ottimismo sviluppo. Essere di Serie A nel calcio conta poco, conta nulla, se si è ancora inqualificabili in tutto il resto, se la passività e la rassegnazione sono il filo conduttore del pensiero in prospettiva della mia gente, se le speranze di una città ricadono quasi solo su quelle (poche, purtroppo) persone che non si rassegnano e vanno avanti, giorno dopo giorno, per le strade di Crotone.
Il calcio non è bastato, era ovvio che non sarebbe bastato, ma è stato bello crederci, sarà ancor più bello continuare a farlo, perchè quest'annata mi ha dimostrato che è possibile, che non è utopia, che i miei paesani sono davvero capaci di fare cose fuori dall'ordinario.

Fino alla fine, forza Crotone.

giovedì 2 febbraio 2017

Bologna 02.34

Prima o poi si arriverá a Bologna,
che sia da Mestre, Treviso o Piacenza,
sempre li, in mezzo alla strada.
A Bologna non ti bagni,
a Bologna ci sono i portici,
a Bologna ti siedi sotto gli alberi di piazza Minghetti,
e c'è la Funivia per il gelato.
Bologna è quadrata,
Bologna è rossa,
Bologna è centrale.
Bologna sta lí, racchiude le strade lastricate su cui viaggiano pagine della propria storia, strade stampate nella memoria, percorsi tattili per anime sordocieche, odore di fritto e di scene giá vissute, di gocce di rugiada posate su un mazzo di fiori mai comprato, scale di Piazza Grande, militari dell'esercito, un cane bianco che va a farsi accarezzare dai turisti, un pub ed una partita di rugby.
Bologna sta entro la linea gialla, io oltre. Non la oltrepasserò, non sono piú capace di farlo.
Ed è giá Pianoro, è giá Prato, è giá Rifredi e Campo Marte.
E sará Bologna, chissá

venerdì 9 dicembre 2016

Ij teng 'o mare

Chi tene 'o mare,
s'accorge 'e tutt chell' ca succere.
Po' sta luntano

e te fa sentì
comm coce...




Chi tene 'o mare,
'o ssaje,
porta 'na croce.


Chi tene 'o mare
cammina ca 'a vocca salata...



Chi tene 'o mare
o 'ssape ca
è fess e cuntento...




Chi tene 'o mare
'o ssaje
nun tene niente...




(Chi tene 'o mare - Pino Daniele)

giovedì 22 settembre 2016

Dio salvi la Reggina

Partivamo di prima mattina, di domenica, quando l'aria ha quel sapore di vaniglia e le uniche auto che incroci sono quelle di chi torna dalla discoteca con la camicia bianca sudata e strappata. Montegiordano, Roseto, Trebisacce, mentre si facevano le 9 e il sole non dava piú fastidio agli occhi. Sibari, Spezzano, l'autostrada, la sosta all'autogrill e i palazzoni di quella Cosenza che mi sembrava chissá che metropoli, poi lo slalom fino al mare che spuntava all'improvviso poco dopo San Mango, Lamezia, Pizzo e quel ponte in curva a strapiombo sul mare, le due ferrovie che poco prima quasi si incrociano, il porto di Vibo e poi le colline fino a Rosarno, gli agrumeti, la vibrazione interiore della distanza che si affievolisce. L'uscita di Palmi, l'indicazione per Seminara, le nostre radici che cercano di fare presa nel paesino che sorvoliamo con l'autostrada poco dopo, e poi lo Sfalassà, e il Pilone, la Sicilia e, un attimo sotto, Villa. L'uscita a Gallico, in piazza Posta per andare a pranzo 'ddu u ziu Gilbertu, dai cugini Nino, Giusy e Sara, magari ci sono pure le zie, alias i' signurini (se mi leggete ogni tanto capirete).
"Belardi e Bonazzoli". Rispondevo cosí, in ordine di importanza, quando mi chiedevano chi fossero i miei preferiti. Poi Tedesco, i due Ciccio, Cozza e Modesto (che, anni dopo, mi regalerá la gioia calcistica piú grande), Mozart e Paredes, piú avanti Biondini e Missiroli.
All'una e mezza andavamo via, "Dio salvi la Reggina" esclamava sorridente zio, sfruttando la mia scarsa resistenza al ridere ai piú scontati dei giochi di parole, mentre ci accompagnava al cancello di casa.
Del pezzo di autostrada tra Gallico e Reggio ricordo la Panda cabriolet con una enorme bandiera amaranto che usciva fuori dal tettuccio, l'Ape con due persone con la maglia di Nakamura sul cassone, le buche, il profumo di mare, l'imponenza dell'Etna li in fondo, la misteriositá della Sicilia li accanto.

La curva Sud in un Reggina-Roma - foto dal web
Sfilavamo per il lungomare, poi per qualche centinaio di metri lungo l'argine del Calopinace, quindi a destra sul lungo viale che porta all'aeroporto, trovando sempre posto in un enorme piazzale di fronte ad un palasport. Si vedeva giá la copertura della tribuna centrale svettare sopra le case, ed un primo brivido scendeva giú per la schiena. Un brivido, a me che da piccolo il calcio manco piaceva, io che lo consideravo uno sport come gli altri. Consideravo, appunto.
Le bancarelle, l'odore melmoso dei paninari, "dduj sciarpi deci euru", la via che portava allo stadio piena zeppa di gente, "papà i biglietti li hai?", l'ombra di dubbio, il sole dell'entusiasmo.
Arrivavamo nel piazzale e gli angoli non coperti dalle tribune lasciavano passare suoni e colori che ti attraevano come una calamita, ti mettevano una fretta cagna, 'iamu, trasimu. A volte andando verso gli ingressi incrociavamo i due bus di Tripodi che portavano le squadre, fermandoci in attesa che scendessero i giocatori, quegli esseri sovrumani che sembrava esistessero solo in televisione. Ricordo i gemelli Filippini che mi passarono a pochi metri, lo sguardo da ebete di Nakamura e quello manesco di Soviero, Mazzarri ca on sapiva mancu cu era, il sigaro consumato di Lillo Foti, Luciano Zauri di cui avevo mille figurine.

Shunsuke Nakamura
Ed una volta passati i cancelli (i tornelli erano robe da aeroporto ancora) e salite le scale, il campo, il campo e quell'aria tesa di incertezza che lo ricopriva. Prendevamo posto in tribuna, anzi una volta in curva, due nei distinti (Juve 2004 e, soprattutto, quell'indimenticabile 27 Maggio 2007 contro il Milan), seguivamo il riscaldamento cercando di capire chi dei nostri avrebbe giocato o di riconoscere al volo i campioni della squadra avversaria. E a pensarci...Ibrahimovic, Del Piero, Cafu, Ronaldo, Gattuso, forse pure Rivaldo, Cannavaro, Zanetti, tutti li su quel campo che sembrava dovesse ospitarli in eterno. 
Lo racconterò a mio figlio, semmai un giorno dovesse interessargli, che suo padre, ancor prima di perdere testa e voce per quel gol di Budimir a San Siro, ha visto Ronaldo giocare a Reggio Calabria, col mare dello Stretto di sfondo. Si, quel Ronaldo, quello li, forse il piú forte di tutti, lo ha visto con i suoi occhi fare un doppio passo su Aronica e scappare sulla fascia destra, anche quando ormai era solo una brutta e riccioluta copia dell'originale.

Salvatore Aronica, Ronaldo e Andrea Campagnolo in Reggina-Milan - Foto dal web
Juri Cannarsa osserva Zlatan Ibrahimovic in rovesciata durante un Reggina-Juventus - Foto dal web
Sono passati nove anni da quella partita, ci sono voluti un incrocio ed una strada sbagliata per riportarmi davanti a quello stadio, per riportarmi davanti agli occhi alcuni di quei momenti che il tempo non è riuscito e non riuscirá a cancellare, per riportarmi davanti al cuore la nostalgia di quell'aurea magica che copriva quelle quattro tribune strette tra il mare e l'Aspromonte. 
Non ho potuto fare a meno di accostare e scendere. Lo stadio quella mattina era aperto, la Reggina appena tornata tra i professionisti si stava allenando sotto un sole cocente. Sarei entrato volentieri, anche solo per sedermi cinque minuti su quella tribuna, ma senza tempo a disposizione, giá appoggiare le mani a quelle inferriate rese fresche dall'ombra dei salici è stata una bella riconciliazione.

Il Granillo, quella mattina di settembre..
Ma tutto questo è passato, tutto questo è nostalgia, bellissima nostalgia.
E ora?
E ora...
tan tata tananana tan tata tanana tan tata tananana tan tata...o meglio: 


mercoledì 14 settembre 2016

Vos et ipsam civitatem benedicimus

U vulissa capire nu sicilianu quannu 'nchiana supra u ponti, s'assitta, u ventu 'nci sparpaglìa i capiddi, u sali 'nci 'mpacchia, l'adduri d'a nafta ca saglia 'ppi tuttu u traghettu.

U vulissa vidiri pi intra, quannu chiudunu 'a celata e u traghettu comincia a ssi moviri, quannu Messina passa davanti all'occhi, lenta, comu quannu ti strappi i pili d'u vrazzu cu nu cerottu e u tiri chianu chianu, tantu chianu ca u duluri u senti parti pi parti, vota pe vota, pilu ppi pilu.

Ti vulissa vidiri, anzi ti vitti, cumpari sicilianu, quannu passi 'a Madonnina e trasi pe mmari.
"Vos et ipsam civitatem benedicimus", pi ttia cchi rappresenta? Pi ttia ca, cu na manu subba a balaustra, ripeti in silenzio chiri paroli mentri na goccia d'acqua ti scinna i l'occhi e si jetta a mari.

Cumpari sicilianu, amicu meu, ma iu sulu stràmmu a vidiri chira madonnina? Cumpà, ma com'è sapiri ca chira statua, e sulu chira statua, e sulu chiru mari, chiru pezzareddru i mari, ti dicia ca a terra tò finiscia? Ca subba a spiaggia ca vidi ddrocu avanti, a Villa, sì già nu foresteru?
Cioè, 'on ti pò capitari com'e mmia i essiri distrattu e 'on vidiri o cartellu a Nova Siri, fine Calabria inizio Basilicata, o non ti po' capitari ca è scuru e, da che partisti co' trenu da Scalea ti trovi a na vota a Sapri. Ecco, compà, 'on poi dire "Ormai siamo passati", 'on poi tirarti a' ceretta ccussì, zac, tutta a na vota, tu te l'ha soffriri a forza chiru confini, chiru mari e chiru ventu t'annu accultellari a forza. O dicu strunzati?


Vos et ipsam migrantium benedicimus.


martedì 12 luglio 2016

Blocco telefonico

Che la ferrovia rappresenti, per molti versi, una metafora della vita ne sono sempre stato convinto. Ne ho sempre letto così i suoi colori, le sue forme, le diramazioni e le scalate impossibili sui costoni delle montagne, le sue simmetrie e le sue geometrie.
La ferrovia è un mondo a se stante, oltre la linea gialla sono altre le regole da rispettare, altre le direzioni in cui guardare, altri i limiti da osservare.
E l'uomo, in ferrovia, è un limite. Sì, il suo stesso creatore è il limite della ferrovia, è la fragilità umana uno dei pericoli maggiori che corrono sui binari.
Penso ai due rettilinei che spaccano in due quel territorio disseminato di ulivi, ai muretti a secco che dividono la ferrovia dai terreni circostanti, alle cicale che cantano al sole bollente di un martedì di luglio, alla terra arsa, al suo odore secco, al miraggio dell'ombra.
Penso alle vibrazioni dei binari col treno che si avvicina, a quel millepiedi che scappa sul pietrisco, ai fili della catenaria che sbattono tra loro ed al loro rumore riecheggiare tra gli ulivi.
Penso ai due macchinisti, ai colleghi, ai loro nomi che non conosco ed allo stesso tempo al naturale bisogno di dargli del tu. Ci penso, penso ai camion che mi si sono piantati davanti all'interno dell'interporto, penso a quella volta in cui venimmo mandati per errore contro un altro treno e ci fermammo a soli 30 metri da loro, penso a quello scambio girato verso un binario mezzo smontato, penso alla frenata istintiva quando ti sembra di andare contro il treno che hai davanti.
Penso a loro due, a cosa avranno pensato quando si sono resi conto di cosa stesse accadendo. Penso e mi vengono i brividi, penso e non riesco a smettere, penso a quanto sia stato tutto così semplice, immediato, a quanto sia bastata una cazzata -a sapere quale- per fare quella fine lì.
E poi penso al fragore, alla botta vera e propria, alla polvere. E alle cicale che tornano a cantare, e al caldo infernale, e agli sciacalli che accorrono in processione tra quelle ulivare.
"Binario unico assassino", "I treni del sud vecchi di 60 anni", "Ben 70 morti negli ultimi 15 anni".
E ti sale l'embolo, e ti verrebbe da telefonare in diretta e dire che 70 morti li fanno le strade in un weekend solo, e ti verrebbe da dire che Ferrotramviaria è una delle società regionali più innovative in Italia, e ti verrebbe da chiedere a quello lì che se la prende con la Fornero se ha capito di cosa stiamo parlando, e ti verrebbe da dire che...ma che cazzo dovete dire e stradire, sono morte 20 persone, e forse qualcuno se ne sta pian piano dimenticando.

Vi abbraccio, tutti. Non è giusto.


domenica 22 maggio 2016

La passeggiata a Capocolonna

Setole di un pennellino che accarezzano pietre dal profilo irregolare alzano un leggero velo di sabbia e terriccio, entrambi impregnati di salsedine. Sole, sole cocente attenuato da un vento che spinge da ovest, il rumore metallico delle transenne che con quel vento si sfiorano, lo svolazzare delle bandierine rosse e blu e del nastro biancorosso che impedisce l'accesso alla torre.
Oltre c'è il mare, una nave che viaggia verso sud, con la chiglia poco sotto la linea dell'orizzonte. Dovrà pur finire da qualche parte, il mare. Ci saranno un tot di metri cubi di mare al mondo, o no?
Lasciate perdere, non contateli, lasciate il mondo come sta. Altrimenti che infinito sarebbe, quello che si staglia dietro quella linea dell'orizzonte?



L'intonaco bianco della chiesetta riflette come un faro la luce del sole, la sua semplice eleganza risplende sotto un cielo privo di nuvole. Alla sua sinistra la vista parte da Crotone e si ferma a Punta Alice, si distinguono bene anche Strongoli, Belvedere, la gola di Timpa del Salto attraversata dalla statale per Cosenza.
E poi il cubo bianco della Gres, i buchi neri dei pannelli della sua copertura che sono volati chissà dove, le trivelle dei giacimenti di metano, la gru gialla del porto nuovo, il fumaiolo della Pertusola subito dietro la città. 
La Pertusola, il mostro che pian piano sta scomparendo tra pale meccaniche e cariche di dinamite, il vuoto che sta lasciando nell'orizzonte, il vuoto che ha già lasciato nella vita di centinaia di esseri umani. E quel fumaiolo ancora in piedi, come un aguzzino che tiene il mitra puntato sulla testa del suo ostaggio.
Alla base di questa vista, come fosse a piè di pagina, due archeologi lavorano agli scavi di Kroton, sotto un sole cocente con due pennellini, una paletta e tre quaderni. Pennellata, appunto sul quaderno, pennellata, altro appunto, come se le pietre gli stessero parlando, come le nonne che raccontano i fattareddri ai nipoti.

E, con i gomiti poggiati alle transenne impolverate, provi un po' a vedere che effetto fa unire tutta Crotone, o tutto ciò che per te è Crotone, in un solo fotogramma.
Clic.



Quella passeggiata a Capocolonna è diventata come un talismano da quando non vivo più in Calabria. 
La lontananza ti regala anche questo, appuntamenti da prendere con te stesso ogni volta che torni a casa, momenti irrinunciabili in cui fare il punto della situazione, isolare e isolarsi, riavvolgere il nastro e vedere se la musica che hai registrato è uscita bene.
E' un po' come entrare in un confessionale, nell'unico confessionale in cui sei sicuro di essere completamente sincero, in quel confessionale dove anche mentire è utile a capire tante cose.

Quella passeggiata a Capocolonna ha acquisito il sapore amaro del portare i fiori al capezzale di un malato terminale, il sapore amaro dell'irreversibilità, dell'impotenza di fronte al tempo che passa, al tempo che facciamo passare, al nastro che, una volta scritto, non puoi cancellare più. Ed il rumore delle suole sul porfido ad ogni passo lo sento il doppio, la polvere che si solleva penetra dentro ed annebbia tutto, getta confusione su confusione, mischia quei nastri così tanto che, alla fine, non riesco manco più a leggerli.

Cos'è stato? E' stato che ora 1200 chilometri ci separano, sono tantissimi, e lo sai anche tu. Sai anche che per amor tuo non si vive, sai che amarti è facile solo quando si è lontani, che sei incorreggibile, e che io sono troppo moscio e cretino per permettermi il lusso di pensare di poter fare qualcosa per te.
So solo che probabilmente passerò i miei giorni col peso di tutte le storie che ci siamo raccontati e che con te, sulle tue strade, da Las Vegas al lungomare, dalla discesa San Leonardo a Poggioverde, ho costruito.

E' ora di andare, u 'nnu sacciu quannu scinnu, tantu u sà ca na passijata m'a fazzu.
Clic.


domenica 7 febbraio 2016

Sant'Elia

Sant’Elia passava i so’ jurnati inta ‘na capanna subba ra montagna ca domina Palmi. Campava contento d’i preghieri a nostru Signuri, e u Signuri u ringraziava donandoci l’acqua, i frutti, e chiru mari randi, bellu, ca i undi si girava e si votava ce l’avia davanti all’occhi.
Nu jornu, i ru sentieru ca portava a Barritteri, ci parvi i vidiri na figura strana, nìgura, cu nu saccu grossu e pesanti ‘nti mani, ca quasi quasi ‘un c’ha faciva a ru portari.
“Sant’Elì, buongiorno”
“Cu siti?”
“U diavulu”
“Ah, u diavulu…e chi voliti?”
Sant’Elia aru Diavulu ‘nci fici ‘mpressioni, a chiru esseri immondu ‘un c’era mai capitatu unu ca u’ssi spagnava d’a sua voci, d’a so’ figura, figurati unu cumu a Sant’Elia ca ‘on si riggiva mancu subba i so’ gambi tantu era gracilino.
“Aju truvatu ‘sti denari ‘nta nu casulari d’i parti i Seminara, e cu ‘sti denari mi vulia fari nu monasteru, nu monasteru ‘ppi mmia, ‘cca adduvi siti vui.”
“Ccà? Ccà ci sugnu sulu ieu, chi ‘ndaviti a fari ‘cca?”
U diavulu iaprì chiru saccu, e solo iaprendulu ci cattaru cinqu monete tantu era ‘cchinu. Sant’Elia i ‘vardau, pigghiau ru saccu e ru jettau tuttu pe ssutta a’ muntagna, cu ri monete ca manu a manu diventavano pezzi i carbuni.
“Cu vvuj ‘un ci vogghiu aviri nenti a cchi fari. Iativinni.”
U diavulu strambò, pigghiau ru saccu menzu vuoto e si ‘ndi jiu, ma sulu per nu jornu. Comu u putiva convinciri a Sant’Elia mi ‘nci lassa ra muntagna p’u so’ munasteru?
U jornu appressu si presentau.
“Tornasti? ‘On t’a dugnu a’ montagna”
“Pari ca teni fame. Càlati ‘ncuna cosa”
U diavulu ‘nci fici truvari na tavola imbandita con ogni ben di Dio, cacio, vinu, olive, persinu nu paru i cannoli pigghiati a Cefalù.
“Mangiatilli tu, ca ti viu n’antìa sciupatu” nci risposi Sant’Elia.
U diavulu, esasperato, si ‘ndi tornò arretu, ma arrivatu a Solano ‘nci vinni in mente n’idea:
“L’omu poti resistiri a dui cannoli, ma a ‘na bella figghiola ‘nzammà!”
U diavulu si trasformau inta ‘na figghiola bellissima, janca e splendente comu a’ luci d’u suli a menzujornu, sulu l’occhi ‘on riuscì a cangiari.
Si presentau poco dopo aru Santu, assittatu subba ‘nu scogliu a lejiri a Bibbia.
“Sant’Elì, vi pozzu disturbari?” ‘nci chiesi a’ signorina.
“Dicitimi”
“Pozzu farvi compagnia?”
Sant’Elia fici pi ss’avvicinari ara figghiola, quannu vitti nu focu ‘nta l’occhi so’. Capì ca ru diavulu era turnatu, ed essendosi scasciato bellamente i cugghiuni i tutta st’insistenza ‘nci jettau nu scaffu talmente forte ca ‘nci mancau pocu mi finiva ‘ntu mari. E mentri ‘nci jettava ‘ncoddu tutti ri pietre ca ‘na vota erano i so’ denari, ‘nci gridava:
“Vattini, vattinni d’a casa mia, vattinni i ‘sta terra. Lassala stari, lassala stari Palmi mia, lassa stari tutta sta terra ca vidi i’ sta muntagna, lassa stari Nicotera, Taurianova e Milazzo, vattinni fora da stu munnu, malidittu a ttia!”
U diavulu, ca si scantau forte i chiru piccolo santu, trovau ‘na roccia ca cadìa dritta ‘nto mari, zumpau lassannu subba a roccia ru signu ri so' zampi e, spiegando i so’ ali di pipistrello, fujìu via, lontano da lì, jettandusi drittu drittu ‘nta na piccola isola, Stromboli, i undi ‘un niscìu cchiù nenti se non u so’ focu e ru fumu r’a so pipa, consumata pensannu a chiru santareddu gracile gracile ca l'avìa sconfittu.


Panoramica dal monte Sant'Elia a Palmi (RC), in basso a sinistra il punto dove si trova realmente la Pietra del Diavolo, il macigno dove sono rimaste impresse le orme del diavolo raccontate dalla leggenda liberamente interpretata qui sopra.
Sullo sfondo Scilla, lo Stretto ed i monti Peloritani

sabato 12 dicembre 2015

Ha segnato Budimir

Venerdì 14 Agosto, a Piacenza fa caldo, caldissimo. I climatizzatori vanno a manetta, le scarpe antinfortunistiche in mezzo a pietre e rotaie sono una condanna, la gente per prendere un po' di fresco si tuffa nel Trebbia e nei centri commerciali, la scorta di Brasilena appena salita da giù è già agli sgoccioli.
Quel 14 agosto, 1200 chilometri più a sud, Crotone e Ternana si scontrano in Coppa Italia. E' la prima partita senza Antonio Galardo, il capitano, il nostro capitano, una delle ultime vere bandiere rimaste a solcare i campi di calcio italiani, che dopo la vittoria col Feralpi Salò ha deciso di smetterla con prati e scarpette chiodate. C'è una leggera sensazione di vuoto e malinconia nel leggere la formazione e non trovare il numero 4 e il simbolino della fascia di capitano accanto, la netta sensazione di un'epoca che si chiude.
Nelle due metà campo le maglie di due città, le mie due città, che hanno tanto in comune, tanto da raccontarsi, tanto da dire e tanto da piangere su capannoni e ciminiere. Una partita con due squadre che sono ancora in costruzione, Juric lo conosciamo solo piazzato lì a combattere a centrocampo con addosso la sua maglia numero 28, ma da allenatore non sembra convincere fin da subito.
Se davvero tutto è bene quel che finisce bene, segna Claiton e morta lì, Crotone 1-0 Ternana.

Claiton dopo il gol dell'1-0 alla Ternana. Foto Pipita (fotopipita.it)
Il Crotone passa il turno nel caldo di ferragosto, mi vibra il telefono con la notifica della fine dell'incontro, mi passa sotto gli occhi con sottile indifferenza.
Dopo un po', leggo in giro una frase ricorrente, troppo ricorrente: "Andiamo a Milano", "Tutti a San Siro". Ma che state dicendo? 
U Cutron a San Siro? 
Daver?
Daver. O meglio quasi, perchè tre giorni dopo, lunedì 17, a San Siro si gioca Milan-Perugia, e chi vince ci ospiterà a dicembre ai sedicesimi di finale. E' la volta buona che tifo Milan (c'è sempre una prima, vergognosissima, volta...), e infatti i rossoneri non deludono, battendo i grifoni per 2 a 0 grazie a Honda e Luis Adriano.
E così, finalmente, nel tabellone di Coppa Italia si realizza quella che sembrava una visione, una chimera, qualcosa che fino a prima potevi vedere solo a FIFA o a PES, una di quelle cose traducibili insomma in un sonoro "Earamadò!": Martedì 1 Dicembre 2015, Milan-Crotone, Stadio San Siro.

Nel frattempo la squadra prende forma e si perfeziona: arriva Ciccio Modesto, che a Crotone è nato ed ha girato mezza serie A, centrando da protagonista l'eroica salvezza con la Reggina nella stagione 2006/2007. Come ogni anno, buona parte della rosa si compone di un manipolo di giovani in prestito, provenienti dai più disparati settori giovanili delle "grandi": Yao, Capezzi, Ricci, Tounkara.
E i dubbi su Juric svaniscono presto: la squadra gioca bene, tremendamente bene, si piazza nella parte alta della classifica e da lì non scende più: di giornata in giornata Crotone e Cagliari si alternano in testa alla classifica, Bari, Novara e il Cesena dell'indimenticato mister Drago inseguono subito dietro affacciandosi ogni tanto sui due gradini più alti del podio. Dopo il pareggio di Perugia arrivano gli schiaffi a Bari (4-1), Salernitana (4-0) e Livorno (3-0), i pareggi di Vicenza e Lanciano, il passo falso a Pescara (4-1 per gli adriatici). 
La squadra c'è, la città torna ad affezionarsi agli Squali (perchè solo quando si vince?), e vedere Crotone lì sopra è strano quanto bello, veramente bello, da farti camminare col sorriso a 32 denti.
Arriviamo al 27 Novembre, Spezia-Crotone 0-1, anche al Picco gli squali fanno terra bruciata. Il Crotone è secondo in classifica ad un punto dal Cagliari, ma per una volta il campionato passa in secondo piano: a' capa sta a San Siro.

Martedì 1 Dicembre, a Piacenza fa freddo, freddissimo. I termosifoni cominciano a svolgere il loro lavoro, il garage della casa nuova evita di dover scendere venti minuti prima di casa quando si monta di servizio la mattina presto per raschiare il ghiaccio dai vetri della Punto, i primi pandori compaiono sugli scaffali dell'Ipercoop. Una mattinata tranquilla, almeno a Piacenza. Perchè a Milano, nella "gran Milan", si era riversata mezza Crotone: in piazza Duomo a centinaia, anche il presidente Vrenna e il capitano Galardo, in una giornata in cui a farla da padrone è stato il senso di appartenenza, la crotonesità, l'orgoglio delle proprie radici.



Partiamo, ci impieghiamo meno tempo per arrivare da Piacenza a Milano che per muoverci dentro la metropoli, sbisciando in viale Zara sul filo dell'ora di punta. A San Siro non sono mai stato, a malapena riesco ad individuare in che zona di Milano si trovi. Ad ogni bivio è una lotta per leggere i cartelli stradali e prendere la strada giusta, il tutto in quel traffico caotico, tra tram e Mercedes blu che scappano via come gatti indiavolati non centrando il tuo paraurti solo per intercessione divina.
Piazzale Lotto, svolta a destra e prosegui dice il navigatore. Vabbò.
Ma che sono quelle luci?
Ma è lo stadio?
Earamadò...
Earamadò. Questo direte, con voce tremolante grazie al brivido che vi percorrerà la schiena, quando vedrete per la prima volta San Siro dal vivo. Perchè San Siro è uno di quei posti che non trasmettono altro che la loro grandezza, fisica e soprattutto storica, anzi, epica. San Siro è epico, checchè se ne dica.
Assimilata la botta per nulla indifferente della visione di San Siro, ritrovata quella leggera dose di lucidità e soprattutto un parcheggio, comincia la passeggiata verso i tornelli.
Ma abbiamo sbagliato stadio? Perchè sentire cantare sotto le torri di quello stadio "Oimà chi d'è ssu Cutrone" da migliaia di persone non è normale. E non è normale sentire accenti di Crotone, Cirò, Strongoli, Rocca di Neto, Petilia, persino San Giovanni o Cosenza. Ma tutti 'ccà simu? Persino nel settore arancio, la tribuna laterale per intenderci, dove mi aspettavo di trovare una buona fetta di tifo milanista, è strapieno di crotonesi.
Earamadò.

San Siro

Da fuori San Siro mette i brividi, da dentro invece toglie il fiato, ti regala quei 8-10 secondi di apnea in cui cerchi un attimo di renderti conto di cosa sta succedendo. E nei primi 3 secondi capisci che sei a San Siro, nei restanti 5-7 la mente ritorna allo Scida vuoto nella partita di C1 contro l'Arezzo, in una giornata gelida, passata con papà in tribuna assieme ad altre 100, forse meno, persone. Pensi a quelle due stagioni di C1 caratterizzate da vagonate di sofferenza, di angoscia, di uno stadio che non si riempiva neanche con i biglietti venduti ad un euro, della gente che fino a ieri non parlava di altro che del Crotone e che, adesso, sembrava quasi essersi dimenticata che solo un anno prima su quel campo dietro l'ospedale ci avevano giocato tali Nedved e Buffon, e che solo pochi mesi prima, con Gasperini in panchina, aveva sfiorato il sogno Serie A.
Ecco, pensi che tutte quelle persone che c'erano in quella freddissima Crotone-Arezzo adesso erano lì, a provare le stesse sensazioni.

"Nella buona e nella cattiva sorte"

San Siro si colora di rossoblu mentre le squadre cominciano a scaldarsi, Cordaz è il primo dei nostri ad entrare, il primo a farci alzare la voce.
Durante il riscaldamento la curva pitagorica si riempie, partono i primi cori per scaldare anima e voce mentre la tensione comincia a farsi sentire. Ci siamo. Noi, non i milanisti.
Quando le squadre riemergono dagli spogliatoi, il paragone sugli spalti è impari. Con tutte le attenuanti del caso per i tifosi del Milan, abituati a ben altri palcoscenici, la sensazione che emana la curva rossonera è la stessa di quel Crotone-Arezzo: un tifo presente solo quando comoda.
Poi ti giri verso la curva Nord, quella occupata dai tifosi crotonesi, e...
...earamadò.

A inizio partita: curva del Milan

A inizio partita: curva del Crotone

Calcio d'inizio. Il Milan sembra subito prendere il sopravvento, Honda si fa vedere sulla sinistra dando più di un grattacapi alla nostra difesa, reparto che tiene grazie al soldato Martella e Yao. Passa un quarto d'ora, il tempo di entrare in partita, ed il Crotone inizia ad essere più sfrontato, a non avere paura dell'avversario ed a farsi vedere avanti, con la palla che viaggia spesso e volentieri dalle parti di Palladino, tant'è che Torromino e De Giorgio sono i primi ad impaurire Abbiati, con due palle gol a breve distanza l'una dall'altra. Dopo mezz'ora Palladino, visibilmente fuori condizione, lascia il posto a Budimir, nel momento in cui il Milan comincia a prendere le misure e ad impensierire Cordaz, chiamato all'intervento in più di un occasione su Nocerino e Suso. Il primo tempo finisce 0-0 poco dopo un altro brivido firmato Budimir.
Si spezza così il ritmo di una partita vivace, bella da vedere, con un Milan dal quale affiorano evidenti errori di impostazione della partita, mentre il Crotone gioca, tiene palla, crea occasioni, ma non riesce a finalizzare come dovrebbe.

La partita ricomincia con un Milan che appare adesso più deciso, più ragionato, nel quale si vedono subito le strigliate sparate da Mihajlovic durante i 15 minuti di spogliatoio.
E infatti arriva il gol di Luiz Adriano dopo solo due minuti dall'inizio del secondo tempo. Ed è un po' una botta allo stomaco, aver preso gol in un momento in cui eravamo noi a fare il gioco. La paura di un calo psicologico mette in soggezione anche noi in tribuna: i cori si fanno più deboli e la tensione sale alle stelle. Che sia già finito il sogno?
Ma è il campanello di allarme che risveglia gli Squali, con una squadra che si allunga, tirando fuori dal cilindro una verve fortemente offensiva, creando numerose incursioni verso la porta di Abbiati, con Martella che di testa sfiora il pareggio. Il Crotone spinge, il Milan si chiude.
Poi al minuto 23 rimessa laterale di Balasha, prende e controlla Budimir, improvvisamente accellera verso la porta e punta Zapata, con De Sciglio che resta alle spalle inerme spettatore.
Zapata va convinto sul pallone, Budimir ci mette il piede, un guizzo e lo manda a vuoto.
Un altro tocco, entra in area di rigore.
Budimir contro Abbiati.
Sinistro di Budimir.
Budimir...

Earamadò.



Ha segnato Budimir.
Cosa mi ricorderò di quel momento? Nulla. Ricordo solo la voce che era andata via, l'abbraccio a Morena come ad altri due-tre spettatori a caso lì intorno a me, i pianti per l'emozione. Pazzia, pazzia pura.
Am signat' a San Siro, am signat' a San Siro compà!
Era già tanto, tantissimo, ma non abbastanza: quel gol è stato come gettare benzina, kerosene ed alcool su un fuoco che già divampava discretamente. "Vincere. Vincere", questo cantavamo a squarciagola. E poco dopo Budimir stava per metterla dentro, quella maledetta palla. Ci è mancato tanto così che passasse sotto e non sopra la traversa.
Da lì in poi, un Milan visibilmente nervoso e senza più molto da dire ha cominciato a giocare di rimessa, qualche infantile scorrettezza di Luiz Adriano sfuggita al direttore di gara, un rigore per noi che forse c'era, forse non c'era, ma che non ha risparmiato l'arbitro da una valanga di "a fiss i mammta", "oi mmerdu", "ten'i corna" provenienti da mezzo stadio. A sangue freddo, mi sento anche un po' in colpa..
Con le forze che iniziavano a scarseggiare, e Mihajlovic che nel frattempo tirava fuori l'artiglieria buona (leggi Bonaventura, Niang e Montolivo nei supplementari), la situazione cominciava pian piano a ribaltarsi, facendo venire fuori la netta differenza sul piano atletico tra le due squadre.
Nonostante tutto, dopo 3 minuti di recupero, Milan 1-1 Crotone.
Earamadò.
Durante la pausa prima dei supplementari il mio sguardo incrocia la Curva Sud, quella occupata dai milanisti...e dove sono? Dove sono finiti? Avranno mica pensato che la partita è finita lì?
Mihajlovic nel dopo partita, interrogato sulla defezione dei tifosi rossoneri alla fine dei tempi regolamentari, dirà che non se n'era nemmeno accorto. Viene da ridere, non so se per il serbo o per i tifosi.
Nei supplementari la differenza sul piano fisico comincia a farsi abissale, il Crotone comincia visibilmente a perdere di velocità e lucidità pur lottando fino allo stremo e contenendo il Milan per tutto il primo tempo supplementare, con Stoian che non fa mancare i brividi alla difesa casalinga.
Il secondo supplementare si apre in maniera chiara: fallo rossoblu al limite dell'area di rigore, Bonaventura disegna una punizione magistrale, Cordaz è immobile. Milan 2-1 Crotone.
Non smettiamo di cantare, ma sento che quelle mani battono ormai più per ringraziamento che per incitamento. Il 3 a 1 arriva a pochi minuti dalla fine grazie a Niang, completamente dimenticato dalla difesa pitagorica.
Però sapete cosa vi dico? Va bene così. Va bene così perchè fino al triplice fischio ho visto una squadra che ha lottato, finchè ha potuto e finchè ne ha avuto non ha mollato la presa. Testardi, testardissimi, come mai mi era capitato di vedere in una partita di calcio.
Ci alziamo in piedi ed applaudiamo finchè non escono tutti dal campo, è il minimo che si possa fare per questi ragazzi.
Finisce che non ho più voce, chiamo a casa per dire che a Milano il Crotone ha vinto, anzi, ha sbunnatu. Anzi, avimu sbunnatu.

Gli highlights della partita

Ora, la domanda che probabilmente ti starai facendo è questa: perchè tutto 'sto casino per una partita di calcio?
Hai ragione nel dire che quei 90 minuti non cambieranno mai la mia vita, non mi faranno vivere meglio e non gonfieranno il mio conto in banca, anzi lo gonfieranno -e di parecchio- a qualcun altro. Ti do ragione anche sul fatto che quel pallone ci ha un po' lobotomizzato, che da fastidio pensare a come una città intera si mobiliti per la sua squadra di calcio e che poi non abbia il benchè minimo ritegno per tutti i guai che l'affliggono, che non sia capace di alzare il culo e la voce per null'altro che sia diverso dal Crotone o dalla Madonna di Capocolonna.

Ma non posso darti ragione se consideri tutto questo una cosa stupida.
Prova a pensare: se domani i crotonesi si svegliassero e cominciassero a parlare della loro città con tutto quell'orgoglio?
Immagina se cominciassero a parlare di Pitagora col petto in fuori, sottolineando come magari da lui ci discendiamo pure, lontanissimamente.
Immagina se cominciassero a bussare alle porte del Comune per chiedere che finalmente venga sistemato il polo archeologico di Capo Colonna, che ce lo invidia mezzo mondo.
Immagina se cominciassero a dire ai forestieri "Venite a Crotone, che c'è tanto da vedere".
Immagina se cominciassero a spiegarti quanta forza ci vuole per andarsene lontano, a Piacenza a lavorare, a Bologna a studiare, quanta forza ci vuole a sentire di notte il rumore delle fabbriche anzichè il mare incazzato.
Immagina se cominciassero a pagare il parchimetro, a rispettare gli spazi cittadini, a dare il giusto conto al prossimo, a non cercare di saltare la fila al pronto soccorso, a non votare più chi ti chiede di farlo per lui.
Immagina se un domani, insomma, Crotone dovesse diventare un posto migliore. Non è una causa persa, credimi, e sai su che base lo dico? La speranza me l'ha data questa semplice partita di calcio, me l'hanno data gli occhi pieni di forza e di orgoglio della gente che avevo vicino lì a San Siro.
Se siamo stati capaci di farlo per la nostra squadra, non è impossibile farlo per la nostra terra.

Forza Squalo

domenica 30 agosto 2015

IC 1591 - Tutta l'Italia da un finestrino

1.107.583 metri. Detta così è lunga, lunghissima, ti affatica solo a pensarla, ti affascina ad immaginarla, immaginare di salire quegli scalini e gettarsi a capofitto in un viaggio lungo la dorsale dello stivale, andando a scovare e smascherare tutti gli angoli, tutte le sfumature, tutti i dettagli che lo ricoprono. 
Sono oltre 10 ore di viaggio da Piacenza a Paola, un sacco di fermate intermedie, un qualcosa che ai tempi delle Frecce, di Italo, di un'Alta Velocità sentita come un bisogno morboso, un feticcio del tempo, sembra quasi anacronistico, fuori luogo, da matti. 
Eppure un treno di questi, se non hai fretta, è il miglior punto panoramico d'Italia. Basta un posto al finestrino -magari in prima classe-, qualcosa da mangiare e da bere, carta e penna, un paio di cuffiette. E il viaggio non diventa solo l'attuazione del rapporto tra spazio e tempo, diventa un qualcosa di più-


E passa la Toscana. Passano le colline, il treno che passa in piega ad Arezzo, danza tra Cortona, Montepulciano, le terre del Chianti, saluta Terontola e il Trasimeno che specchia quel cielo che ci rincorre, ci accarezza, ci dice che ancora ci vorrà un bel po’. Chiusi, poi la Direttissima, a 200 all’ora bucando e ribucando la colonna vertebrale d’Italia. E scorre Allerona, e scorre Orvieto, il suo duomo, il fascino scuro dell’Umbria, della Foresta dei Giganti a Bomarzo, del cucuzzolo su cui si erge Orte mentre veniamo mangiati dalla galleria che lo trafigge.

Chiusi (SI)

200 all’ora, poi 150, poi 110. Settebagni, una delle porte di Roma, le fermate imbrattate, umanità alla ricerca di una via lungo la Salaria, camion, treni, aerei, auto della polizia, puttane, manifesti, palazzi, finestre, semafori, colori, colori, colori, Nomentana, ponti, cemento, cemento, cemento e ancora cemento, Tiburtina, cinque persone, le strade e gli autobus, hipster e incravattati, Portonaccio, Roma da sotto, Roma da dietro, Roma da dentro, Roma sfiorata, Roma vissuta, Roma amata.
Poi Casilina, e si va a Napoli. Un ultimo saluto agli acquedotti lungo l’Appia, la lunga pianura dell’Agro Pontino messa lì a combattere con i monti del Circeo. Sermoneta che ci guarda dall’alto, Latina che nel suo razionalismo ci dice che no, non siete arrivati, c’è ancora strada da fare. Rocce e prati, prati e rocce. Sezze, Priverno, la lunga galleria, Monte San Biagio allungato su un costone di roccia. Il treno si piega, serpeggia, sembra volerci cullare a tutti con quello spettacolo che scorre dal finestrino come fosse l’ultima pellicola di Kubrik, talmente favoloso appare il paesaggio di questa dannata penisola.
Tra Itri e Formia (LT), il Tirreno col golfo di Gaeta

Itri. Un’altra galleria, i 25 ponti della vecchia ferrovia per Gaeta, ed eccolo lì, finalmente. Un tavolo blu che non finisce più, ci tende la mano, glie la stringiamo, “piacere, Tirreno” / “piacere, Viaggiatori del 1591 per Reggio Calabria”, parlottiamo per un po’, tempo di passare Formia e Minturno, poi ci dividiamo per vederci dopo, che lui ha da allietare i bagnanti di Mondragone nel frattempo. Ci salutano i monti Aurunci, spingendoci verso Villa Literno, dove con un’ampia curva a sinistra ci buttiamo dentro Casal di Principe, Albanova, Aversa, quelle terre afflitte da quel cancro maledetto chiamato camorra. Mattoni a vista, polvere, recinzioni con le reti dei materassi, auto bruciate, ragazzini che giocano a pallone con la maglia di Calaiò. Sant’Antimo, Frattamaggiore, Casoria. Case, casette, magazzini…poi il Vesuvio. Ti compare all’improvviso, quasi ti fa spaventare, la sua maestosità che incute timore e rispetto, la sua grandezza splendente della più vera autenticità. E Vesuvio vuol dire Napoli, Napoli vuol dire la città più bella del mondo. Te ne accorgi anche nei soli 15 minuti di sosta alla stazione centrale, perché la respiri l’aria di Napoli, quell’aria che ti libera l’anima e ti fa sorridere così, naturalmente, ti fa sorridere di quell’ostinato ottimismo che i Napoletani hanno insegnato a tutto il mondo.
Di nuovo a 200 all’ora alle spalle del Vesuvio, aggirandolo quasi nascosti tra gallerie e trincee, cercando di non disturbarlo nel suo dolce sonno. La galleria di Santa Lucia, poi improvvisamente Salerno. E Salerno non è solo una grande città, una stazione importante, è anche il posto dove capisci che ora sì, casa è lì vicino. E’ a Salerno che il viaggio cambia marcia, si tuffa nell’ultimo atto, il più feroce e assurdo di quei millecentoessette chilometri.
Dieci minuti e si transita da Battipaglia, una curva a destra e comincia il compartimento di Reggio Calabria, comincia la Tirrenica Meridionale. Allevamenti di bufale, piantagioni, le montagne dell’Appennino e la Basilicata a sinistra, il Tirreno e frutteti a destra. Capaccio, Paestum e i resti della città che fu all’epoca di Roma, Ogliastro, poi il treno lambisce il mare, quasi ci si tuffa, muore dalla voglia di farlo, ma improvvisamente vira a sinistra lasciandosi Agropoli alle spalle, buttandosi a capofitto nel Cilento per dimenticarsi di quel mare maledetto. Qui non è più un serpeggiare, è un assurdo aggredire con i denti le ripetute curve che la ferrovia disegna tra le montagne, è vedere un ostacolo e andargli addosso pur di spostarlo, infischiarsene delle difficoltà, degli impedimenti, e andare avanti, sempre. E’ un’enorme lezione di libertà.
Centola (SA)

Omignano e Vallo della Lucania, poi di nuovo a destra, di nuovo sul mare. Palinuro e le sue scogliere, visto dall’alto quel mare sembra ancora più infinito e grande, ci fa sentire piccoli, minuscoli, ci fa riconciliare con la nostra reale dimensione. Ascea, Pisciotta, poi per timore o per necessità si rientra dentro alle montagne accarezzandole con lunghi ed eleganti ponti come a Centola, o trafiggendole di netto come dopo Celle di Bulgheria, per poi buttarsi un’ultima volta, quella definitiva, in riva al mare.
Una sosta a Sapri per prendere fiato, poi è il momento di mettersi in mezzo a due eterni litiganti come l’Appennino e il Tirreno, che tra Sapri e Praja vengono improvvisamente a contatto, non perdendo occasione per prendersi a pugni e far venire fuori paesaggi incredibili, inimmaginabili, come può essere inimmaginabile una montagna che finisce di netto nel mare più azzurro che ci sia. E il treno passa Acquafredda, passa Maratea, Marina di Maratea non lasciandoci il tempo di respirare. E’ una tortura passare dal buio di una galleria a quelle viste surreali, farlo ripetutamente, quasi a voler mandare in tilt il cervello. E il finestrino diventa calamita, e gli occhi metallo, e i pensieri scompaiono miseramente. Tutto è secondario.

Tra Acquafredda e Maratea (PZ)

Praja arriva senza farsene manco accorgere. E’ il benvenuto in Calabria, è il suo sole che ci illumina sempre di più mentre si avvicina al mare per andarsi a riposare. Passa Scalea, passa Marcellina, l’isola di Dino, Cirella, tutto con una sola costante: spiagge, bagnanti, mare, e quel sole che scende sempre più. E più scende, più ci strega, più ci riempie del suo calore, più ci ipnotizza.
Tra Scalea e Diamante (CS), con l'Isola di Dino sulla sinistra

Diamante, ultima fermata prima di Paola. Il viaggio sta finendo, e anche se sono 10 ore che stai col culo poggiato su quei sedili, vorresti restare lì ancora un po’, sempre un po’ di più. Da Diamante a Paola si passa veloci in mezzo alle decine di paesini di mare tirrenici, il mare compare a tratti in mezzo alle case. Cetraro, Guardia, Acquappesa, Fuscaldo, è ora di scendere i bagagli, lo spettacolo sta finendo.
Tra Cetraro e Paola (CS)


Pian piano frena, i primi scossoni degli scambi in ingresso alla stazione, e alla fine ci si ferma proprio mentre il sole inizia ad accarezzare il mare, lì all’orizzonte. Scendi e resti per due minuti a fissare quella palla arancione che si condensa in uno spicchio, sempre di più, fino a scomparire del tutto.

Poi il 1591 riparte per Reggio. Fine del viaggio.

Paola (CS), il 1591 in partenza

venerdì 31 luglio 2015

Un salto a Seminara

Da Scilla l'autostrada sale con ampie curve, tra gallerie e ponti strallati, dando ogni tanto la vista dei vecchi viadotti in demolizione e del Tirreno che, visto da quell'altezza, sembra quasi una tavola di marmo solcata da minuscole formiche a forma di nave.
A Bagnara esci da quel mondo reale fatto di tabelloni e guard rail e, dopo una rotonda e un paio di sottovia, si comincia a danzare sulla vecchia Statale 18. E danzare non è per niente inappropriato, tra buche, curve con strane pendenze, auto che ti sorpassano felicemente con manovre dalla dubbia legalità.
Barritteri, paesino del paesino, quattro case e un tabaccaio, a due passi dal Monte Sant'Elia, là dove il diavolo spiccò il volo per inabissarsi dove oggi si erge lo Stromboli, là dove un piccolo bivio dà sulla ripida discesa che immette sulla stradina per Seminara.
Uliveti, uliveti, uliveti. Anzi, ulivare, ulivare, ulivare, il paesaggio si potrebbe sintetizzare così. Ogni tanto, tra un albero e l'altro, uno scorcio sulla Piana e sull'Aspromonte, cercando sempre di evitare quelle odiose buche proprio al centro della curva, agitando i piedi da un pedale all'altro per non far scappare via la macchina lungo la discesa.

La strada da Barritteri ti butta direttamente nel centro del paese, nel mondo irreale, un paio di incroci e c'è la piazza centrale.
Un grande quadrato battuto dal sole e colorato dai discorsi dei vecchietti, tutti, come fossero squadre, posizionati attorno alla loro panchina, nelle loro rughe e nelle loro camicie sudate, nelle consonanti raddoppiate, nelle vite passate e vissute.
Ogni tanto, al paese, come in ogni paese di quelli lì, incastonati tra le ulivare e lontani da ogni rotta di grande comunicazione, tornano i forestieri. Torna chi è partito, i figli o i nipoti di chi è partito, lontano o vicino, o meglio sufficientemente lontano da andarci una volta ogni tanto, sufficientemente lontano da metterti al di là della linea di demarcazione in cui si trovano i forestieri. Anzi, i ggenti 'i fora.

E può capitare che arrivi al paese per portare i fiori al cimitero dal nonno, e già che ci sei di cercare un po' di struncatura, magari quella servita ancora nella carta da pane, come una volta.
Quindi via, passi la piazza, arrivi davanti la basilica, giri a sinistra a cercare il fioraio.
E non c'è, tutto chiuso.
L'altro?
Pure quello mi pare chiuso.
E mo?
Andiamo al cimitero senza fiori, pazienza. Ma già che ci siamo chiediamo per la struncatura, tanto c'è un alimentari aperto lì accanto, con l'anziano proprietario chino a sistemare la cassetta di pomodori.
"Chiedo scusa, sapete dove possiamo trovare la struncatura?"
E niente.
"Scusi?"
E niente.
Poi esce una ragazzina, si avvicina e ci dice, con uno strano imbarazzo -quello abitudinario di chi ormai i clienti del negozio li conosce a memoria- che loro ce l'hanno, ma bisogna aspettare un'oretta finchè sua madre rientri. Bene, almeno una cosa ce l'abbiamo.
E fiorai? Sapete dove ne possiamo trovare?
Subito dopo si muove la tenda della macelleria accanto, esce un omone con una brioche gelato in mano ed il grembiule bianco ancora macchiato del sangue delle bestie.
"Signò, u fioraiu 'cca esti, mo' si 'ndi jiu"
Si affaccia dall'altro lato della strada...
"Aaaah, puru chiddu vicinu 'a farmacia esti chiusu. Vuliti ca vu chiamu u fioraiu?"
Non ricordo neanche cosa rispondemmo, sta di fatto che l'omone tirò fuori dalla tasca il telefono e chiamò.
"Ntò! Vì ca cci su genti i fora ca vannu cercandu fiuri. Po' veniri?"
Altri trenta secondi di conversazione, poi chiude il telefono e ci dice
"Signò aspettate 5 minuti ed il fioraio è qua"
Ancora spiazzati, ringraziamo ed aspettiamo. Talmente spiazzati da non capire se si riferisse al fioraio vicino a lui o a quello vicino la farmacia, 100 metri più avanti. Iniziamo quindi a vagare con poca convinzione lungo la via, tenendo d'occhio entrambe le saracinesche, aspettando che arrivi qualcuno.

A un certo punto, con noi a metà tra un negozio e l'altro, il macellaio si sbraccia e urla "Arrivau! Veniti!", mentre un furgoncino si parcheggia davanti la saracinesca vicina al macellaio. Scende un anziano, chiedendoci semmai fossimo noi quelli che lo stavamo aspettando, guardandoci con un'aria leggermente diffidente.
"Cchi fiuri vuliti?" esclama mentre ci porta 4 vasi tutti diversi tra loro. E non ci sei abituato, magari, a scegliere che fiori prendere, sai che vanno portati e basta, morta lì. Fiori per il cimitero, quello mi serve, stop.
"Senta, ma il cimitero lo troviamo aperto a quest'ora, vero?"
"Se vi devo dire una bugia, vi dico di si...è tardi".
E ti crolla il tetto di quel negozio addosso, ti tira una copanata in testa di quelle non indifferenti. Tutte quelle curve in mezzo alle ulivare, quelle beshtemmie tirate giù al ragazzino con la Golf che ti ha tagliato la strada poco dopo Marcellinara, tutte cose praticamente inutili.
"Ma i fiori a chi 'nci l'aviti purtari?"
"Lascala...non so se conoscete"
"Ah...Lascala...ma Lascala d'e signurini?"


Si, d'è signurini. Le signorine che sono le mie zie Maria e Carmela, entrambe viaggianti sul filo degli ottant'anni senza mettersi mai l'anello al dito, ancora oggi residenti nella villa di famiglia, quella Villa Rosaria che nei miei anni di mocciosaggine era un mondo da scoprire, dal giardino strapieno di piante e vasi nella classica ceramica di Seminara al vialetto che aggirava la casa finendo lì dove si radunavano sempre i gatti, dal torrente che correva accanto al cancello al burrone che dava sulla vecchia ferrovia per Sinopoli, scendendo dal quale si arrivava davanti alle due gallerie dove si andava a rifugiare l'intero paese durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

E una volta capito a che "razza" apparteniamo, e che poi tanto forestieri non siamo, ecco che il volto del fioraio cambia. Appare un primo abbozzo di serenità, e capito il problema non batte ciglio nel porgerci in un piatto d'argento la soluzione.
"Cominciate ad andare, vengo io e vi apro il cimitero, 'ccussì 'nci portati i fiuri".
Incartiamo i fiori, paghiamo e in tutta fretta andiamo verso il cimitero.
Un cimitero discreto, silenzioso, immerso anche lui nelle ulivare, lontano anche dalla provinciale per Melicuccà a cui è allacciato da una stradina ai limiti tra lo sterrato ed il terremotato. Ecco, quello si che è riposo perpetuo, e mi vengono in mente subito i poveri defunti di Lodi Vecchio, il loro cimitero, con attaccata alle mura un'industria petrolchimica ed un'autostrada poco oltre.
Arriviamo, il cancello è già aperto, da una stradina arriva il furgoncino del fioraio.
"Trasiti, faciti con comodo, tra poco arriva u' custode, tante cose!"
Tante cose, e va via quando vorresti scendere, abbracciarlo, fargli capire come nel mondo reale certe cose non si vedono, certe cose ce le eravamo scordate. Di brutto.
Una scalinata dà l'accesso ai sepolcri, e come al solito a regnare è solo il rumore delle cicale ed i brividi del vento, in quel posto dove l'eternità tende la mano alla transitorietà.
Ciao nonno, da quanto tempo. Lassù sta andando bene, tiriamo avanti, anche se già lo sai. Sono sudato, abbiamo fatto su e giù a Scilla e a Sant'Elia, non sai che scene prima di arrivare qui, quasi tornavo a casa a mani vuote, e non era cosa. Certo che dovevo preoccuparmi di venire, certo che dovevo, che non potevo rimandare. Che da Piacenza come vengo qui? Già Crotone è lontana. Come vengo a vedere quanto salde sono ancora le mie radici? Eccetera eccetera.

Poi, all'improvviso, spunta il custode.
"E' vostra la macchina grigia?"
"Si, si"
"Va bene...no perchè sono il custode, giusto per sapere, non vi preoccupate. Da dove venite? Siete suoi parenti?"
Ed è un libro che si apre, perchè nel mondo irreale tutti si conoscono, bene o male. Ed è lui a dirmi che una figlia del Dottore è a Milano, e sono io a dirgli che è mia zia, ed è lui a dirmi che suo marito lavora nelle ferrovie, e sono io a dirgli che anche io ci lavoro, ed è lui a dirmi che glie l'aveva accennato l'altra volta che aveva un nipote macchinista, e ci diciamo tante cose, scaviamo nel tempo e nel lavoro che non c'è, nel figlio che a 25 anni non trova come realizzarsi, nella Calabria martoriata, bellissima e martoriata, che non fa che soffrire e portare sofferenza, per colpa di chi non si sa, malanova m'avi.
E andiamo via, ci salutiamo cercando di quantificare con le parole la riconoscenza anche a lui, perchè non è stata una cosa qualsiasi, una cosa normale, che nel mondo reale non ci sarebbe stata.
Rientriamo. Di nuovo la strada, di nuovo il paesino, una sosta per prendere un po' di struncatura e per salutare i signurini, il loro latte di mandorla nel giardino, i ricordi, la banconota da 50 euro "cu chissa ti ccatti i caramelle", gli abbracci e il non sapere come salutarle adeguatamente.
La strada, ancora la strada, Palmi e lo svincolo dell'autostrada. E poi, il mondo reale.

Ma il problema è proprio questo, mondo reale e mondo irreale. Perchè li distinguo? Perchè Seminara è un mondo irreale, per me? Perchè la solidarietà, l'idea di una comunità che viene in soccorso di un forestiero per aiutarlo a fare ciò che vorrebbe fare, l'idea di una società fatta di persone e vissuta di persone, mi pare facciano parte di un mondo irreale? Perchè dev'essere normale, reale, l'isolamento di un'identità, il pensare solo alla propria strada, scremare le relazioni interpersonali a qualche uscita la sera, alle 8 ore di lavoro, e poco più -o meno-?
Perchè in quel mondo reale di soldi si campa e di umanità si muore?